Parte la quinta edizione della rassegna Internet.cineforum "Incontri con l'Autore e Film di qualità".
Promossi dal Circolo Endas onlus e dal Gran Caffè Marianiello con il patrocinio della Città di Piano di Sorrento e la collaborazione dell'associazione Telestreet Arcobaleno, Amici del libro di Marcianise, Edicolè di Gianni Pepe e Videostar di Luigi Ercolano, questi incontri - ad ingresso libero - costituiscono un punto di riferimento per coloro che desiderano trascorrere una serata alternativa nei lunghi mesi invernali ed oltre. L'iniziativa infatti si prolunga fino a giugno e come per le passate edizioni si divide tra il Centro culturale ed il Gran Caffè Marianiello.Un grazie al dottor Carlo Pepe responsabile Ufficio cultura e al Sindaco di Piano Giovanni Ruggiero che ancora una volta hanno sostenuto l'iniziativa.
Illustriamo prima il programma del Centro di Via Delle Rose dedicato agli INCONTRI CON GLI AUTORI e ai film proposti dagli stessi ospiti intervistati dal direttore artistico Antonio Volpe.
Si parte MERCOLEDI' 15 febbraio alle ore 19.00 presso il centro culturale di Piano di Sorrento con la presentazione del libro dossier scritto da Anna Vinci "La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi"(Chiarelettere,2011). La giornalista, a trent'anni dalla scoperta della P2, per la prima volta rende disponibili gli appunti privati di Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare sulla Loggia segreta, cui erano iscritti militari, agenti dei servizi segreti, parlamentari, ministri, giornalisti, imprenditori. Molti personaggi sono tuttora in politica, da Berlusconi a Cicchitto, e tra i protagonisti c'è Flavio Carboni, oggi coinvolto nelle indagini sulla cosiddetta P3. Intanto il "Piano di rinascita democratica" di Gelli, che mirava a controllare la magistratura e svuotare le istituzioni democratiche, sembra avere nuovi adepti: "Peccato non averlo depositato alla Siae per i diritti - ha detto il Venerabile - tutti ne hanno preso spunto: ma l'unico che può andare avanti è Silvio Berlusconi...".Segue la proiezione del film "Un eroe borghese"(Ita,1995) di Michele Placido con lo stesso attore nelle vesti del maresciallo della GDF Novembre che affianca l'avv. Ambrosoli (F. Bentivoglio). Dal libro-inchiesta (1991) di Corrado Stajano, adattato da Graziano Diana e Angelo Pasquini. Una tragedia milanese, anzi italiana: nel 1974 l'avvocato civilista Giorgio Ambrosoli è nominato commissario liquidatore di una banca del finanziere Michele Sindona. Scopre il groviglio di interessi che legano Sindona, alcuni esponenti politici (tra cui Giulio Andreotti), la mafia e il Vaticano. Resiste a suggerimenti, pressioni, minacce. Nella notte tra l'11 e il 12 luglio 1979 è assassinato da un sicario di Sindona. Pur con difetti di ambientazione e di rievocazione dell'aria del tempo, un film giusto. Onesto, sincero, lucido, con momenti di emozionante delicatezza, è un giallo politico-finanziario nutrito, come il libro, di passione civile, sostenuto dalla quieta intensità di Bentivoglio (e dalla torva potenza con cui Antonutti raffigura Sindona) e dalla funzionale fotografia di Luca Bigazzi. David di Donatello alla musica di Pino Donaggio.
MERCOLEDI' 7 MARZO, viglia della Giornata delle Donne,sempre con inizio alle ore 19,00 incontro con la dott.ssa Alessandra Menelao, esperta di mobbing e stalking, autrice di numerosi testi sull'argomenmto e coordinatrice a livello nazionale per conto della UIL dei Centri antimobbing. Seguirà il film di Francesca Comencini "Mi piace lavorare.Mobbing"(Ita,2004).La pellicola, premiata a Berlino ed in numerosi altri festival è il primo film che affronta il tema del mobbing, termine che sta a indicare un atteggiamento di persecuzione, di isolamento e di violenza psicologica cui un lavoratore viene sottoposto nell'ambiente di lavoro, in modo da costringerlo a licenziarsi.
Il film è basato sui racconti di una quindicina di lavoratori mobizzati, che cioè hanno subito in prima persona l'esperienza del mobbing. La regista ha scritto la sceneggiatura basandosi su fatti realmente accaduti, raccolti in collaborazione con lo sportello anti-mobbing della CGIL, e sui racconti riportati in un documentario di ritratti girato da lei stessa in precedenza.
Eccezion fatta per Nicoletta Braschi, il film è interamente recitato da attori non professionisti.
MERCOLEDI' 13 giugno ore 19,00 è la volta dell'incontro con lo scrittore-magistrato Gianrico Carofiglio che ci parlerà del suo ultimo libro "Il silenzio dell'onda"(Rizzoli,2011).
È una storia di padri e figli che si cercano, si perdono dove la suspence trascina il lettore ma non è un giallo. E non c’è l’avvocato Guido Guerrieri, protagonista del ciclo di romanzi più amati di Carofiglio, «ma tornerà il prossimo anno» dice lo scrittore, e neppure la sua Bari che lascia il posto a una Roma raccontata nei suoi aspetti più veri. «Il libro è nato attorno alla storia di Giacomo, al bisogno di raccontare questo ragazzino solitario che ha voglia di scrivere e che si rifugia in sogni articolati. Tutto ruota attorno a lui e al suo mondo parallelo » dice all’Ansa Carofiglio, senza nascondere che in Giacomo, 11 anni, c’è un po’ di lui. Ci sono anche esperienze ipnagogiche cioè «allucinazioni - continua - che a me sono capitate. Mi piaceva introdurre questa sensazione di ambiguità che sì, siamo nel sogno, ma fino a quando? Giacomo è il personaggio in cui mi immedesimo di più.
C’è un po’ di me ragazzino. Nel romanzo lui vuole un cane ma non può averlo. Il padre glielo regala nel sogno. Nella mia vita è avvenuto un grande cambiamento quando ho avuto un cane », dice lo scrittore bestseller, che è magistrato e senatore, e i suoi libri sono tradotti in ventiquattro lingue. Chi sia Giacomo ne ‘Il silenzio dell’onda’ si scopre un po’ alla volta. Trasporta il lettore nel suo mondo altro, è innamorato di una ragazzina sospesa fra realtà e sogno. «È la storia d’amore di un quasi bambino. È un archetipo dell’iniziazione all’amore» afferma Carofiglio. «Nella versione originaria i suoi sogni erano molto più ricchi. Così ho deciso che alle presentazioni del libro - spiega l’autore - leggerò pezzi di questi sogni e altre parti tagliate. Non ho più voglia di parlare di me». Ad aiutarlo a superare i suoi incubi sarà Roberto Marias che, a sua volta trova attraverso il ragazzino una nuova energia di vita. Travolto da un’esistenza da agente sotto copertura che ha conosciuto l’orrore, Roberto combatte l’insonnia e la sofferenza in passeggiate ipnotiche per il centro di Roma per raggiungere lo studio del suo psicanalista. I ricordi lo riportano al tempo in cui lui e suo padre affrontavano le onde dell’oceano sulla tavola da surf.Un po’ come ‘Keanu Reeves in Point Break. Ma ci ho pensato dopo. Il libro potrebbe diventare un film ma non sarebbe facile da fare», dice Carofiglio. «Il rapporto doloroso presenza-assenza fra padri e figli è un argomento centrale. Nel rapporto familiare più riuscito c’è sempre una quota inevitabile di rancore. Per questo libro ho parlato con psicologi e psicanalisti di varie scuole e con pazienti. C’è stato un consistente lavoro preparatorio», come spiega l’autore: «Volevo far raccontare le storie ai personaggi in modo diretto. Da qui l’uso della situazione terapeutica». Grande importanza, come sempre nei libri di Carofiglio, hanno la musica e la sua esperienza di magistrato. «Uno deve prendere tutto quello che viene dalla sua esperienza e trasformarlo. Non c’è la suspence classica del genere in questa storia ma quella dei rapporti fra le persone. E ci sono venti pagine da detective story» legate a storia di droga e prostituzione minorile in cui è coinvolta la ragazzina della quale è innamorato Giacomo. Nel romanzo c’è un’altra donna, Emma, che Roberto incontra nelle sue passeggiate. «I due si incontrano e scoprono somiglianze inattese. Tutti e due in f o n d o facevano gli attori. È interessante capire cosa c’è dietro la maschera», sottolinea. Segue il film "Picnic ad Hanging Rock"(Australia,1975)il capolavoro di Peter Weir, suggerito come sempre in questa rassegna dall'autore stesso del libro.Il film è ambientato il giorno di San Valentino dell'anno 1900. Un gruppo di ragazze dell'aristocratico e vittoriano collegio Appleyard, a una cinquantina di chilometri da Melbourne in Australia, compiono una gita picnic ai piedi dell'immenso gruppo roccioso della Hanging Rock.
Nel pomeriggio quattro di loro (Miranda, Marion, Irma, Edith) si allontanano dal gruppo per esaminare più da vicino le rocce. Quando è ormai il tramonto, Edith torna indietro in evidente stato d shock gettando grida isteriche, priva di memoria dell'accaduto. Nello stesso momento il gruppo si accorge che l'insegnante di matematica, Greta McCraw, è scomparsa.
La polizia compie intense ricerche sulla roccia senza trovare alcun indizio delle tre scomparse. Nel frattempo un giovane gentiluomo inglese in vacanza in Australia, Michael Fitzhubert, che aveva scorto le ragazze durante il picnic, ossessionato dal ricordo della bellezza di Miranda, parte alla loro ricerca insieme al suo domestico Albert.
Michael resta la notte da solo sulla Hanging Rock in preda a visioni e presentimenti. Il mattino dopo Albert, preoccupato dell'assenza del ragazzo, torna alla collina e lo trova ferito e in preda ad uno stato di shock, anche lui incapace di ricordare alcunché, tranne il fatto che c'è qualcuno ancora sulla roccia. È Albert a tornare immediatamente sulla collina, dove trova Irma, svenuta, ferita, con le unghie spezzate e i piedi misteriosamente puliti, nonostante siano passati ben otto giorni dalla sua scomparsa. Anche la ragazza, però, non ricorda nulla dell'accaduto.
La tragedia di Hanging Rock si ripercuote sulla vita di tutti coloro che in qualche modo erano entrati in relazione con le ragazze, dalla piccola Sarah (che si suicida gettandosi da una torre del collegio) all'arcigna direttrice Ms. Appleyard (che muore cadendo dalla Hanging Rock, forse suicida o forse per incidente), alle insegnanti del collegio, a Michael ed Albert.
E veniamo all'altrettanto intenso ed interessante programma dei Cineforum del GIOVEDI' presso il Gran caffè Marianiello in Piazza Cota a Piano di Sorrento.
Si inizia GIOVEDI' 26 gennaio alle ore 20,00 con il pluripremiato "Into the Wild-Nelle terre selvagge"(Usa, 2007) di Sean Penn. E' la libera trasposizione del libro di Jon Krakauer "Nelle terre estreme" diventato un classico della sottocultura urbana. Dalla lettura del libro, Sean Penn ha dovuto aspettare ben dieci anni prima di ottenere i diritti. Questa incredibile pazienza testimonia una testarda sensibilità che è unica nel panorama cinematografico di oggi.
Sono due gli elementi che hanno guidato Penn nel doppio binario della regia e della sceneggiatura. Il tema della fuga ma soprattutto quello dell'inseguimento di un qualcosa che faciliti la conoscenza di sé.
Pura celebrazione della libertà e della ricerca della libertà, la pellicola racconta la vera storia di Christopher McCandless, un giovane benestante che rinuncia a tutte le sue sicurezze materiali per immergersi all'interno della natura selvaggia. Il forte trasformismo di Emile Hirsh facilita per lo spettatore un'istantanea immedesimazione in una figura tormentata che non viene dipinta né come giovane avventuriero né come idealista ingenuo. La maestria con cui Penn miscela tematiche così diverse e complesse è unica. Il fascino della selvatichezza dell'ambiente, le difficoltà dei legami di sangue, l'individualismo contro il bisogno di amore e le contraddizioni dell'idealismo nelle sue spinte critiche ma anche arroganti.
Il film ha una valenza politica nonostante questo non sia l'intento di base. Alle volte, si trasforma in un vero e proprio atto di fede il cui credo fugge da tutto ciò che è religioso in senso stretto per trovare sfogo in una dimensione che è solo e unicamente personale. Tutti le persone che Chris incontrerà lungo il suo peregrinare oltre a colmare un vuoto familiare, fonte di profonde sofferenze, amplificano l'idea di un percorso a stadi funzionale a liberarsi da qualsiasi dipendenza da ogni tipo di comfort e privilegio. L'acquisizione della saggezza avviene quasi per osmosi attaverso la spontaneità e la profondità degli incontri fatti.
Ancora più maturo e disinvolto nel lavoro registico, Penn gioca di forti contrasti nell'alternare gli ampi spazi dei diversi paesaggi mostrati al costante senso di vuoto del ragazzo che risulta essere una pura estensione dell'enormità della natura. Un film capolavoro, coinvolgente e commovente.
GIOVEDI' 9 FEBBRAIO alle ore 20,00 è la volta di "Cover Boy-L'ultima rivoluzione"(Ita,2006) di Carmine Amoroso. Ioan, 23 anni, lascia la Romania per cercare fortuna in Italia in compagnia di un amico. Arriva però da solo a Roma e viene aiutato da Michele che lavora alla stazione. L'uomo lo ospita e se ne innamora anche se il ragazzo sembra non accorgersene. La loro vita non è semplice: i lavori di Michele sono precari e Ioan è immigrato irregolarmente. Ma una donna (oltre alla frustrata padrona di casa interpretata con il solito acume da Luciana Littizzetto) entra nella loro vita provocando un inatteso cambiamento.
Era dal 1996 con Come mi vuoi che Carmine Amoroso mancava dal grande schermo. Vi ritorna ora con un film che ha subito la falcidia dei finanziamenti pubblici (che prima c'erano e poi sono stati brutalmente decurtati) ma che mostra come in Italia si possa ancora fare cinema indipendente di buon livello. Grazie anche alla splendida (e premiata) fotografia di Paolo Ferrari e al montaggio di Luca Manes, Amoroso riesce a raccontare con grande sensibilità il rapporto che si instaura tra due uomini dalla vita precaria riuscendo a farci percepire l'incontro tra due modi di affrontare la vita senza cadere nella facile sociologia.
Collocando per di più la vicenda al Mandrione (di pasoliniana e rosselliniana memoria) ci mostra uno spazio periferico in cui sorgono ancora baracche ed edifici abusivi, divenuto oggi meta di molti extracomunitari. Anche il sentimento che Michele nutre per Ioan è cesellato da Luca Lionello con umanità e sensibilità. .
GIOVEDI' 23 FEBBRAIO ore 20,00 verrà proiettato il capolavoro di Jafar Panahi "Offside.Ragazze in fuori gioco"(Iran 2006).Nel giorno della partita di qualificazione per i Mondiali di calcio fra Iran e Bahrain, una ragazza cerca di mimetizzarsi in mezzo a un pullman di tifosi per riuscire ad entrare allo stadio, dove le iraniane non sono ammesse per questioni di buoncostume. Dopo aver acquistato a caro prezzo un biglietto da un bagarino, la ragazza osserva le varie strategie adottate dalle tante altre donne presenti per riuscire a eludere la sicurezza. Solo che, una volta varcati i cancelli, viene presa dal panico e riconosciuta dai militari che la conducono in una zona di detenzione situata nell'ultimo anello dello stadio, dove anche altre ragazze smascherate sono in attesa di essere prelevate dalla polizia.
Dal Cerchio di una giornata qualunque di varie donne a Teheran alla forma più ovale e squadrata della planimetria di uno stadio di calcio, Jafar Panahi porta avanti la sua mappatura della cultura contemporanea iraniana attraverso l'esplorazione della condizione femminile. La geometria delle forme rende l'idea della differente configurazione dei due film. Il cerchio esigeva una struttura a circuito chiuso, perfettamente calibrata in funzione di una storia articolata come un continuo passaggio di testimone e di testimonianze dal quale era impossibile uscire. Offside, al contrario, si colloca realmente all'interno del caos di quella giornata in cui Teheran ha ospitato la partita di qualificazione ai Mondiali di Germania 2006, per individuare le possibili vie d'uscita e cogliere qualche segnale di speranza non atteso.
Con un atteggiamento più fiducioso e sfrontato, di chi ha intenzione di sfruttare ogni “fuori gioco” della realtà per cercare di segnare a suo vantaggio, Panahi stavolta abbandona presto l'ottica del pedinamento errante affinché siano più le sorti della partita a muoversi attorno al suo gruppo di giovani attrici-tifose, anziché il contrario. Non è una questione tanto di improvvisazione quanto di imprevedibilità. A Panahi, più che gli ideali della poetica neorealista interessa far interagire fiduciosamente l'alea con l'attualità, la cecità della fortuna con la chiarezza di una narrazione quasi didattica. Il fuori gioco, quindi, oltre ad essere allegoria del carattere marginale della donna all'interno della società, diviene anche il campo dove Panahi vuole giocare la sua vera partita: quella fra condizione dettata (la sceneggiatura del film) e movimento dell'incertezza (il risultato della partita).
L'incontro si gioca perciò ai margini del campo della realtà e coinvolge proprio la forza strutturata della narrazione contro quella aleatoria e inconoscibile del caso. Da una parte, una sceneggiatura ben congegnata in cui ognuno dei caratteri maschili e femminili identifica un pezzo preciso della società (l'emancipazione, il retaggio familiare, la leva obbligatoria) e serve a richiamare eventi veri e propri (la morte dei sette iraniani avvenuta durante la precedente partita contro il Giappone). Dall'altra, il principio che “la palla è rotonda” e che nella vita, come nello sport, ogni situazione, anche la più reazionaria e repressiva, è sempre soggetta al cambiamento.
Il risultato finale del match gli permette di chiudere questo incontro fra reale e simulato con un'esplosione di ottimismo comunitario. Speriamo si possa dire presto lo stesso anche per quanto riguarda la sua condanna da parte del Tribunale di Teheran.
GIOVEDI' 15 marzo ore 20,00 in programma "20 sigarette"(Ita,2010)di Aureliano Amadei. Novembre 2003: Aureliano, 28enne, precario nel lavoro e negli affetti, riceve all'improvviso l'offerta di partire per lavorare come aiuto regista alla preparazione di un film che si svolge in Iraq, al seguito della "missione di pace" dei militari italiani, con il regista Stefano Rolla. Aureliano non fa in tempo a finire un pacchetto di sigarette che si ritrova protagonista della tragedia dell'attentato alla caserma di Nassirya del 12 Novembre 2003. E' l'unico "civile" sopravvissuto di una strage che ha ucciso ben 19 italiani...Accettare che un ragazzo qualsiasi, dagli ideali ingenui e dallo sguardo scanzonato, sia coinvolto in un attacco terroristico, ci costringe a riflettere sul senso della missione italiana in Iraq. Non serve essere pacifisti per pensare che in quello strano mescolamento di disciplina militare dell'esercito e anarchia ideale di un aspirante artista sia accaduto qualcosa di indegno. La storia è vera; è talmente sentita che la regia risponde perfettamente alle esigenze di realismo dell'autore. Il tremolio delle riprese a camera a mano e l'immedesimazione costrittiva della soggettiva - scelta azzardata ma efficace – sono gli strumenti visivi adatti a restituire la tragicità del soggetto. Il risultato sorprende perchè la scelta rende corporee scene di rara crudeltà, evitando con intelligenza il rischio della retorica spettacolare tipica del piccolo schermo, così presente nei servizi giornalistici o nel finto cordoglio politico. Il legame emotivo tra spettatore e regista non si appoggia su banali trucchi di sceneggiatura ma è il risultato di un lavoro onesto che fa vibrare le corde dell'anima. E malgrado qualche chiarificazione di troppo, che si avvicina ad un'affettata didascalia da manuale (lo scontro con i militari in ospedale o la presentazione finale del libro), il film scorre sulla linea di un realismo ostinato che distrugge gli appigli di buonismo e propone l'annullamento della guerra in nome di una pace fatta, sì di contrasti, ma più vicina alla dignità delle persone.
La colonna sonora di Louis Siciliano accompagna l'andamento narrativo con un'accurata sovrapposizione di forma e contenuto: musiche smaliziate per la vita in centro sociale e ritmi più serrati e angoscianti per quella al campo militare. Le venti sigarette del titolo, fumate con disinvoltura dal convincente Vinicio Marchioni, bruciano lo scorrere del tempo. E insieme al fumo, mozzicone dopo mozzicone, prende corpo una consapevolezza rara che dimostra l'inutilità di un militarismo sfrenato. Riflessione scontata? Forse. Ma drammaticamente indispensabile.
GIOVEDI' 29 MARZO ore 20,00 "Il ragazzo con la bicicletta"( Belgio-Fra-Ita,2011)dei fratelli Jean Pierre e Luc Dardenne. Reduce dal festival di Cannes il film narra di Cyril che ha quasi dodici anni e una sola idea fissa: ritrovare il padre che lo ha lasciato temporaneamente in un centro di accoglienza per l'infanzia. Incontra per caso Samantha, che ha un negozio da parrucchiera e che accetta di tenerlo con sé durante i fine settimana. Cyril non è del tutto consapevole dell'affetto di Samantha, un affetto di cui ha però un disperato bisogno per placare la sua rabbia. ‘Parcheggiato' in un centro di accoglienza per l'infanzia e affidato alle cure dei suoi assistenti, Cyril non ci sta e ostinato ingaggia una battaglia personale contro il mondo e contro quel genitore immaturo che ha provato ‘a darlo via' insieme alla sua bicicletta. Durante l'ennesima fuga incontra e ‘sceglie' per sé Samantha, una parrucchiera dolce e sensibile che accetta di occuparsi di lui nel fine settimana. La convivenza non sarà facile, Cyril fa a botte con i coetanei, si fa reclutare da un bullo del quartiere, finisce nei guai con la legge e ferisce nel cuore e al braccio Samantha. Ma in sella alla bicicletta e a colpi di pedali Cyril (ri)troverà la strada di casa.
Dalla prima inquadratura il piccolo protagonista de Il ragazzo con la bicicletta infila quella precisa traiettoria che seguivano prima di lui l'adolescente di La promesse, la Rosetta del film omonimo, il padre falegname de Il figlio e ancora il giovane disorientato de L'Enfant. Dentro a una corsa possibile verso una soluzione che arriverà, i Dardenne rinnovano l'interesse per l'infanzia incompresa, che tiene testa e non si assoggetta al mondo degli adulti, fronteggiandolo con improvvise fughe e un linguaggio impudente. Di nuovo è la fragile pesantezza dell'essere, che condizionava (già) le azioni dei protagonisti precedenti, il centro del film. Dopo il tentativo di rinnovamento formale e prospettico del loro cinema (Il matrimonio di Lorna), i fratelli belgi ritrovano la cinetica e un personaggio che avanza negli spazi attraversati e nel proprio destino. Come nel Matrimonio di Lorna sarà l'irruzione di un improvviso atto d'amore a travolgere, fino ad annullare, l'indifferenza di un padre colpevole di abbandono e dello sbandamento emotivo del figlio.
Thomas Doret incarna con lirismo lo spirito gaio e selvaggio dei mistons di Truffaut, di cui riproduce i comportamenti anarchici e antiautoritari negli esterni e in mancanza di interni domestici e familiari adeguati. Cyril, figlio ripudiato con gli anni in tasca, resiste a muso duro al vuoto affettivo che lo circonda, pedalando dentro e attraverso la paura, intestardendosi nel silenzio o facendo il diavolo a quattro. Il reale per il fanciullo è sempre in agguato ma ad esso si oppone ‘aggrappandosi' e stringendosi forte a una figura femminile bella e raggiungibile come una mamma. Cécile de France, sopravvissuta allo tsunami di Clint Eastwood, è il volto e il corpo che Cyril vuole per sé, la figura materna che pretende e a cui si concede. La loro relazione procede per tentativi ed errori, come ogni processo di apprendimento, producendo una passeggiata a due ruote di grande forza espressiva e creativa. Una promenade che risana lo scarto dell'essere stati generati senza essere stati appropriatamente allevati, ma prima ancora desiderati. Samantha e il suo negozio di coiffeur diventano allora l'ancora di salvezza e il riscatto sociale per quel ‘ragazzo selvaggio', sempre fiero, sempre contro. Se come sosteneva Luigi Comencini mettersi al livello dell'infanzia è l'unico modo per liberarla, i Dardenne accreditano e ribadiscono la sua affermazione, accompagnando la corsa di Cyril verso una raggiunta consapevolezza e un nuovo elemento: l'amore.
GIOVEDI' 12 APRILE ore 20.00 un doppio appuntamento da non perdere. Prima verrà proiettato il documentario segnalatoci da Mario Sgarrella, giovane giornalista e stagista in servizio presso la Commissione europea. Si tratta dell'opera di una giovane freelance Letizia Gambini "The Caucasus Triangle" sul tema "Giovani e libertà di espressione nel Caucaso Sud". Seguirà il film "Terraferma"(Ita,2011) di Emanuele Crialese, presentato a Venezia 68 con lusinghiero successo di pubblico e critica.
Qualche informazione sul documentario . Diamo la parola alla stessa giovane filmaker: ”La rete è ancora una rete d’ élite, non di massa. Continuano a farla da padroni i mass media tradizionali, televisione e giornali, ma le nuove generazioni sempre più si stanno riversando online e questo è un fattore molto positivo. Internet è meno regolato e ha barriere di accesso minori per le giovani generazioni per entrare e per creare forum di opinione anche apertamente in contrasto con il governo. Il progetto del documentario parte da un mio desiderio di approfondire delle tematiche che vanno ad intrecciare la libertà d’espressione con l’attivismo giovanile e la regione del Caucaso. L’interesse si lega anche al fatto che personalmente sono stata attiva a livello di volontariato in diverse organizzazioni che si occupano di giornalismo in Europa come European Youth Press, attivismo giovanile e cittadinanza attiva ed ero inoltre in contatto con delle persone vicine ai due ragazzi che sono stati arrestati in Azerbaijan, Emin e Adnan.
Tutto questo è confluito in questo progetto, per cui ho ottenuto il supporto finanziario dell’European Youth Forum da un lato e dell’European Youth Foundation del Consiglio d’Europa.La maggior parte delle persone che abbiamo intervistato non mirano a raggiungere un audience nazionale ma a portare il problema all’esterno. La maggior parte dei blog che poi hanno avuto una visibilità maggiore hanno questa dimensione, presentano video sottotitolati in inglese o sono completamente in inglese.Con l’arresto dei due ragazzi c’è stata per l’Azerbaijan una grande spinta per andare a toccare l’audience internazionale, per avere visibilità e per dare protezione ai ragazzi, per coinvolgere le ambasciate e i consolati stranieri. E infatti la questione ha raggiunto il dipartimento esteri degli Stati Uniti, si è arrivati a risoluzioni del consiglio d’Europa e degli Stati Uniti.L’ Azerbaijan sta vivendo un momento in cui le libertà personali si sono ristrette, è un fenomeno più marcato rispetto agli altri due paesi Armenia e Georgia e si sono verificati casi riconosciuti anche a livello internazionale di violazioni della libertà d’espressione sia in campo giornalistico (come gli editori arrestati sulla base di false accuse) sia nel segmento online e dell’attivismo giovanile come nel caso di Emin e Adnan.
Armenia e Azerbaijan sono in guerra tra di loro quindi è molto difficile che comunichino. Questo vale anche per l’online, la comunicazione presenta anche un fattore di rischio, si rischia di essere accusati di tradimento. La Georgia rimane un ponte tra i tre paesi ma in generale la comunicazione tra i paesi non è così sviluppata. Proprio per questo il documentario aveva tra i suoi fini quello di considerarla una regione rispetto all’argomento. Secondo me, secondo noi all’attivismo giovanile di questi stati conviene sviluppare questa dimensione internazionale e regionale tra di loro per dare più forza ai loro messaggi.Ci sono programmi che portano i giovani attivisti a conoscersi; sono soprattutto progetti pilota finanziati dall’estero, dagli USA in particolare, da varie organizzazioni non governative statunitense, che stanno aiutando a creare questi contatti.
L’idea è che il documentario sia un punto di partenza per essere utilizzato come strumento per dare visibilità alla regione, al tema e alle esperienze dei ragazzi.
Vorrei cercare di portarlo in giro in Europa, di creare una sorta di modulo in cui alla visione del documentario venga associata un introduzione, una serie di attività, un dibattito tematico. Questo anche per favorire da una parte il dialogo tra organizzazione giovanili europee e del Caucaso e dall’altra di aumentare anche il dibattito in generale sulle tematiche di libertà di informazione e sul Caucaso.
E veniamo invece al film "Terraferma".E' la storia di un'isola siciliana, di pescatori, quasi intatta. Appena lambita dal turismo, che pure comincia a modificare comportamenti e mentalità degli isolani. E al tempo stesso investita dagli arrivi dei clandestini, e dalla regola nuova del respingimento: la negazione stessa della cultura del mare, che obbliga al soccorso. Una famiglia di pescatori con al centro un vecchio di grande autorità, una giovane donna che non vuole rinunciare a vivere una vita migliore e un ragazzo che, nella confusione, cerca la sua strada morale. Tutti messi di fronte a una decisione da prendere, che segnerà la loro vita. Candidato all'Oscar come miglior film straniero è un film di confini, quello fra il mare e il continente, fra un lavoro antico come la pesca e le sirene della modernità, fra le leggi del mare e quelle scritte. Fatto di orizzonti, di luci lontane nel mare che per i disperati che cercano di attraversarlo verso nord sembrano fari di speranza, ma si dimostrano spietate illusioni. Un film che cerca e raggiunge la semplicità, scrosta via sovrastrutture e complessità ciniche della società contemporanea per far risaltare gli elementi base dell'uomo, il suo rapporto con l'altro, la natura, le tradizioni. Un po' puro e un po' spietato è un mondo in cui le leggi del mare sono in conflitto ormai con quelle scritte e imposte da chi viene da lontano, da chi non vive in un mare ormai privo di pesci ma pieno di uomini disperati. Un mondo in contrasto fra chi viene dalla terraferma per turismo e porta ricchezza e chi arriva alla ricerca di una nuova vita, verso un nuovomondo. In fondo sono sempre uomini, spogliati di tutto diventano confondibili, tanto che la consueta immagine di un barcone strapieno di immigrati in mezzo al mare che spuntano ovunque e si buttano qui diventa quella di un gruppo di turisti che ballano e cantano in una delle tante immagini forti che rimangono impresse in Terraferma. Quando si parla di immigrazione si rischia spesso il politicamente corretto o il suo opposto qui il film arriva all'essenza del rapporto fra gli uomini, quasi primordiale, quello che segue l'istinto di porgere la mano all'altro in difficoltà, ad aiutarlo, a rispettare le leggi del mare. Qui non si fugge dalla Sicilia come in Nuovomondo, ma si ha a che fare con chi fugge, con l'accoglienza di chi arriva. Ma Terraferma è soprattutto un film su un microcosmo che si ribella ad un mondo che cambia istericamente, spesso senza riflettere.
Qualcuno abuserà del termine buonismo (parola mai troppo odiata) per una vicenda che piuttosto ha il grande merito della semplicità, come quella di due donne, senza uomini per motivi diversi, una vedova isolana e una africana arrivata con il figlio. Un rapporto fatto di sguardi, diffidenza, rispetto, che diventa il vero nucleo emotivo del film, con la donna che custodisce il focolare, segna il territorio, ma lo apre anche all'accoglienza. La dimostrazione di come si possa fare del buon cinema anche senza una storia troppo originale.
GIOVEDI' 26 aprile ore 20,00 si chiude con un altro piccolo capolavoro pluripremiato a Berlino ed in altri festival."Almanya.La mia famiglia va in Germania"(Germania,2011)di Yasemin Samdereli. Dopo aver lavorato per 45 anni come operaio ospite ("Gastarbeiter") Hüseyin Yilmaz, annuncia alla sua vasta famiglia di aver deciso di acquistare una casetta da ristrutturare in Turchia. Vuole che tutti partano con lui per aiutarlo a sistemarla. Le reazioni però non sono delle più entusiaste. La nipote Canan poi è incinta, anche se non lo ha ancora detto a nessuno, e ha altri problemi per la testa. Sarà però lei a raccontare al più piccolo della famiglia, Cenk, come il nonno e la nonna si conobbero e poi decisero di emigrare in Germania dall'Anatolia.
Esiste ormai nel cinema contemporaneo dai tempi di East is East un modello di narrazione che potremmo definire "commedia sull'integrazione". Di solito si tratta di una famiglia di immigrati che risiede all'estero da tempo e che è ormai abbastanza ampia da consentire la compresenza della prima generazione con quella di figli e/o nipoti nati su suolo straniero. Almanya aderisce pienamente al modello senza particolari originalità se non per la caratteristica (determinante) di scegliere come proprio soggetto una famiglia turca. Come è noto la nazione che in Europa ospita il maggior numero di turchi è proprio la Germania. I dati statistici ci dicono che su 82 milioni di abitanti i turchi costituiscono un'entitàdi circa 1.7 milioni di persone legalmente residenti. I problemi legati all'integrazione non sono sicuramente mancati. Di recente però, grazie anche all'opera di Fatih Akin, il cinema tedesco ha prodotto film che costituiscono un ponte fra le due culture.
Mancava però la commedia generazionale che prende le mosse, grazie all'escamotage della narrazione al piccolo di famiglia, da come il nonno fosse giunto come milionesimoeuno emigrante nella Germania del boom economico. Si sviluppa così una sorridente alternanza tra un passato di difficoltà e una progressiva crescita operosa. L'idillio prevale sui contrasti ma l'ironia non manca. Così come viene descritta con una molteplicità di sfaccettature la figura del nonno pronto ad integrarsi al suo arrivo ma ora assolutamente disinteressato ad acquisire la nazionalità tedesca caparbiamente voluta e ottenuta dalla moglie. Soprattutto nella parte finale il film (che invece regge bene il ritorno in Turchia con acute osservazioni sui pregiudizi) non riesce a sfuggire a un po' di retorica al glucosio.
Questo però non inficia la resa complessiva di un'opera divertente che consente anche ai non esperti di storia e società tedesche di divertirsi e (magari, perché no?) di fare anche produttivi paragoni con situazioni italiche passate e presenti



